La musica degli anni ’80: tanti bei ricordi!

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Chissà se il loro nuovo cd prossimo venturo (data d’uscita ancora da stabilire: hanno appena finito il tour mondiale) avrà lo stesso strepitoso successo dell’ultimo, del primo che ha segnato la loro rinascita. I Duran Duran sono tornati, evviva i Duran Duran. Il 2004 è stato il loro anno. Per chi non fosse rimasto collegato: è la stessa band che suscitava ondate di commozione e mieteva vittime soprattutto tra le ragazzine. Uno dei primi esempi di boy-band, se il paragone non fosse indubbiamente offensivo, tra i vecchi Duran e gli esempi odierni che infestano il panorama musicale. Perché forse Simon Le Bon e compagnia non erano i Beatles, né hanno mai preteso di esserlo, ma perlomeno sapevano suonare degli strumenti (e bene: andatevi a risentire il basso di John Taylor in “Planet Earth”), non si limitavano ad ammiccare con mossette e balletti scimmieschi come alcuni gruppi che vanno per la maggiore in questi primi anni del nuovo millennio. Poi, dopo il grande successo, l’eclissi. Vorticosi cambi di formazione, ma soprattutto una vena perduta, la disaffezione del pubblico, e il ritorno nell’ombra. Fino a quando qualcuno ha avuto la grande idea di richiamarli dall’oblio per una grande operazione commerciale. Ritorno alla vecchia formazione, quella che conquistava dischi d’oro e di platino a raffica. Il profumo dei soldi ha sepolto vecchi dissidi e litigi all’ultimo sangue. Nuovo cd, “Astronaut”, promosso con un battage eccezionale. Il singolo trainante, “Sunrise”, è stato suonato da tutte le radio al mondo con cadenza quotidiana, e come se non bastasse, ha fatto da “jingle” per la campagna pubblicitaria di un’illustre azienda di telefonia. Oddio, non è che “Astronaut” sia stato salutato come un capolavoro. Un paio di singoli di facile presa, “Sunrise” appunto e “What happens tomorrow”, un finale all’altezza con pezzi tutt’altro che orecchiabili, come “Point of no return”, ma insomma, il resto è roba un po’ trita e ritrita, mezzo pop e mezzo dance, senza essere né l’una né l’altra. Anche i testi hanno abbandonato quell’unicità poetica che li distingueva dalla massa di “I love you baby, I love you so much”. Il vero sound dei Duran Duran rimarrà quello degli anni ’80, così come il meglio dei Queen lo si è avuto negli anni’70 e ciò che è venuto dopo è solo paccottiglia illuminata da qualche sfolgorante gioiello. Sulla musica degli anni ’80 si è detto di tutto e di più. In realtà, è stata l’ultima decade che ha offerto della buona musica, con pezzi e gruppi che sono rimasti nella memoria collettiva, attraverso lo spazio temporale. Per fare un piccolo paragone, occorre solo fare un piccolo sforzo di memoria. Gli anni ’90 hanno prodotto Oasis e Blur, e poi? Tra i solisti, Robbie Williams, Dido, Gwen Stefani, Anastacia…ma citate soltanto uno di quei cantanti che ha inciso una canzone memorabile, magari un fuoco di paglia, ma eccezionale. Difficile. La storia degli anni ’80 ha una lista interminabile di gente del genere. Lasciamo perdere i graffi di alcuni vecchi leoni, “Young Turks” di Rod Stewart o “Start me up” dei Rolling Stones. Ma chi non ricorda “Never ending story”? Magari si avrà qualche difficoltà a ricordarsi del suo interprete Limahl, ex leader dei Kajagoogoo, band inglese che ebbe un folgorante inizio con “Too shy”, salvo sciogliersi come neve al sole una volta abbandonata dal suo leader. Oppure “Take my breath away”, colonna sonora del film per teenagers rampanti “Top gun”, con Tom Cruise? In pochi sanno che fu il maggior successo del gruppo americano Berlin. E il sound misterioso, un po’ sfacciato di “Bette Davis Eyes”, unico, ma planetario hit della bionda Kim Carnes? Per non parlare del riff semplice di “Love of the common people”, celeberrimo capolavoro di Paul Young, rimasto, ahimè, senza seguito. E cosa dire dei “rivali” dei Durans, gli Spandau Ballet? Sofisticati, più “gentlemen” dei loro rivali che sembravano un po’ camionisti, e attratti dalla musica nera, piuttosto che dalla dance. “…Listen to Marvin all night long…”, recitano in uno dei pezzi più famosi, “True”: un tributo a Marvin Gaye. Anni ’80 celebrati come decade dell’elettronica, e forse per questo guardati male da molti puristi. Eppure non si è mai persa di vista la melodia, come è accaduto poco. Così un gruppo come gli Ultravox di Midge Ure sapeva abbinare le due cose. Portabandiera del movimento “new romantic”, che aveva fatto proseliti in Inghilterra agli inizi della decade, gli Ultravox hanno regalato perle storiche come “Vienna”, “Dancing with tears in my eyes”, “The voice”: un mondo che si rifaceva al passato (chiari i richiami agli anni ’20 e ’30), e all’arte dei primi anni del secolo. Gli stessi Simple Minds hanno incarnato per un po’ di tempo l’angoscia e lo smarrimento dinanzi al voltare pagina del nuovo decennio, prima di virare su atmosfere più goderecce. Per tornare su piani un po’ più commerciali, basta citare qualche nome: Nik Kershaw, Mister Mister, Marillion, Tears for Fears, Europe. E come risposta a chi sostiene che il rock sia morto negli anni ’80, basta citare il nome di U2 e Bon Jovi. E i Genesis di Phil Collins negli anni ’80 hanno prodotto buonissime cose. C’era solo il trionfo del look nella voce di George Michael degli Wham? E i Police, che si può considerare un gruppo anni ’80, anche se hanno inciso il primo disco nel ’78? E i Dire Straits di Mark Knopfler? Paragonate questi nomi agli interpreti degli anni ’90, e tirate le somme.

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